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P. Mario Marafioti s.j.

Padre Mario è nato a S. Procopio, in provincia di Reggio Calabria, nell’inverno del 1941. Terzo di sette figli, tutti piccoli perché compresi nell’arco di una decina di anni, venne su in un ambiente povero, difficile. I contadini subivano tutto: le inclemenze del cielo e le prepotenze della terra. I Marafìoti erano un po’ più fortunati perché possedevano una piccola casa e un po’ di terra.
Il padre, Giovanni, riusciva ad assicurare alla famiglia una vita dignitosa, ma questo gli costava grossi sacrifici. Molte volte rientrava a casa di notte e all’alba era di nuovo in campagna. Forte, risoluto, intagliato nella roccia. Si era accanito per ottenere frutto da una terra avara, e c’era riuscito; ai figli insegnava che la vita era lotta e che chi non accetta di combattere rifiuta di vivere, l’Aspromonte, poi, sembrava l’ambiente ideale per forgiare un animo da combattenti. Il piccolo Mario, allora non non poteva capirlo, ma è probabile che anche questo seme caduto a quel tempo nella sua anima di fanciullo abbia poi fatto germogliare in lui la forza di volontà e l’indomito carattere.
Dalla madre, Rosa, ha ereditato la sensibilità a condividere i bisogni, i problemi e le sofferenze degli altri. Nella sua memoria sono tuttora vivi i personaggi che popolavano taluni pomeriggi della casetta di S. Procopio. Se appena ci pensa un po’, quella gente gli compare davanti mentre la mamma ascolta e consiglia, piange e prega, e bada contemporaneamente alla casa, ai figli, alla nonna, allo zio, al papà, a tutti. Nessuno si accorgeva allora del piccolo Mario, impegnato in un angolo a fare i compiti; ma, seppure dimenticato dai grandi, egli ascoltava e registrava tutto, e si sentiva straziare il cuore quando, non visto, scorgeva il volto della madre rigato da silenziose lacrime. Un pomeriggio d’inverno qualcuno bussò alla porta di casa. Era una giovane donna con due sacchi di patate. Macché patate! Nei sacchi c’erano due bambini seminudi che la poverina non sapeva come coprire. Mamma Rosa li accolse come figli suoi, li rifocillò, trovò il modo di coprirli alla meglio. Quando andarono via, Mario, serio serio, il naso incollato alla vetrina, restò a lungo a riflettere. “Forse - pensava - facendomi prete, posso seguirli più da vicino”: si può dire che l’amore per gli uomini gli è nato prima dell’amore per Dio.
Animato da questi propositi lo troviamo in seminario, prima in Calabria e poi a Napoli. Per qualche anno procede tutto bene; i superiori lo ricordano come un allievo modello, disciplinato, responsabile; colpiva di lui la serietà e l’attaccamento allo studio. Intorno ai quindici anni fu scosso da una crisi che rischiò di mandare all’aria tutti i suoi buoni propositi, ma un sacerdote, ricco di esperienza, lo aiutò a riflettere: “Domandati perché sei venuto in seminario - gli diceva - e cosa cercavi quando sei venuto. Sono ancora validi quei motivi?” Lasciato solo a riflettere nel silenzio di una cappellina, gli tornavano in mente le vecchie storie del paese, la solitudine ventosa della montagna, quella sua gente, tutti quei poveri, e mamma Rosa che piangeva e pregava. Proprio per loro si trovava chiuso lì. Poteva ora abbandonarli?
Nel giro di un anno la crisi si risolse e lui decise che quella gente, tuttora viva nel suo ricordo, meritava il sacrificio di una vita. Della sua vita. Quando sciolse il dilemma si presentò a Gesù e riconfermò la sua vocazione, il suo ideale. Si rituffò negli studi e nella preghiera. Cominciarono i dialoghi con il Signore; a Lui si rivolgeva sempre più frequentemente con segreti colloqui. La pace tornò nel suo cuore, la calma nei suoi pensieri. Trascorsero parecchi anni di serio, proficuo e sereno lavoro, finché scoppiò la seconda violentissima crisi: aveva 21 anni; ne mancavano tre all’ordinazione sacerdotale. Si sentiva stanco. Dal seminario di Posillipo si affacciava sul golfo di Napoli; la sua finestra dava proprio su via Petrarca. Di là, con il profumo dei fiori, sentiva salire l’allegro vociare della passeggiata… era un forte richiamo alla vita, ma la sua vita non era del mondo. Quando se ne rendeva conto lo prendeva un senso di vuoto, l’angoscia di una solitudine insopportabile, alla quale, facendosi prete, si sarebbe votato. Qualche volta piangeva. Di nuovo gli venne in aiuto la gente d’Aspromonte. Erano ancora tutti nel suo cuore, e, con loro, in mezzo a loro, c’era un nuovo personaggio: quel Gesù di Nazareth con il quale, nel frattempo, aveva intrecciato frequenti e segreti colloqui. Povero anche lui come i poveri di Calabria, Gesù stava al suo posto, in mezzo a quella gente, per donare agli scarti di Babele un motivo di speranza. In quei giorni, con gli occhi della mente, il seminarista Marafioti incrociava spesso lo sguardo misericordioso del Cristo leggendovi un invito ad unirsi a loro; e questo fatto riaccendeva in lui la battaglia che già si combatteva nel suo cuore, rendendo più agitato quel tempo di crisi. Infine, rotti gl’indugi, si schierò dalla parte dei poveri, accanto a Gesù, con un intimo, personalissimo atto d’amore. E non solo decise di farsi prete, ma volle esserlo in modo ancora più radicale, dandosi alla sequela di Cristo con i voti di castità, povertà, obbedienza. Entrò allora nei Gesuiti. Capì che non esisteva più per sé stesso, ma per Dio e il prossimo suo. Offrì la sua giovinezza e il resto della sua vita. In compenso gli si aprì un tempo nuovo in cui si sentiva rappacificato con se stesso, disteso, come se tutte le energie fossero tornate.
Completò il noviziato a Napoli e gli studi di filosofia all’Università Gregoriana di Roma. Dopo un tirocinio pratico a Reggio Calabria, trascorse un periodo in Belgio, a Lovanio, e poi tornò a Posillipo e a Roma. Furono anni d’intenso studio e di grande applicazione. Intanto sentiva crescere il bisogno dell’azione, chiese di essere mandato in campo, in un ambiente dove avrebbe ritrovato le condizioni originarie della sua vocazione, che era nel contatto diretto con la gente, con i poveri.
Lo mandarono a Lecce, dove c’era una piccola residenza di vecchi padri Gesuiti. Dopo aver svolto i suoi compiti in chiesa usciva in cerca di tutte quelle forme di povertà dove ci poteva essere un bisogno reale: handicappati, anziani, bambini abbandonati, ciechi, sordomuti. Proprio con una donna sordomuta costituì la prima cellula di un movimento di rinnovamento spirituale: si riunivano in due e pregavano. Con il passare del tempo altri andarono a bussare alla sua porta, ha aperto a tutti e si è ritrovato padre di una famiglia numerosa, una grande famiglia chiamata Emmanuel.
Non è più tornato in Aspromonte se non per brevi soggiorni: ormai la gente che si porta nel cuore appartiene tutta al grande popolo di Dio. Bisogna solo accoglierla con un gesto d’amore fraterno e condividerne la sorte, mettendo vita con vita…
E poi?
E poi non resta che amare. Con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, come fa questo terribile prete calabrese, “forte come il diamante, tenero come una madre”.


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